C’è una cosa che l’Arte Urbana condivide con la vita: scompare. Sì, ok, forse è un po’ filosofia alla Osho, ma pensateci: l’effimero (e, quindi, la tendenza all’oblio) sta nelle regole del gioco di questa forma d’arte/di comunicazione nata ben lontana dalle dinamiche ufficiali che, nel tempo, ci siamo costruiti come “sistema”, artistico e non solo. E tuttavia questa natura effimera pone un problema enorme, molto caro agli storici: se nessuno documenta, nessuno ricorda; e se nessuno ricorda, quella storia semplicemente non c’è mai stata.
È una questione che chi segue Another Scratch In The Wall conosce bene: ne abbiamo parlato in eventi, talk, tavole rotonde. L’abbiamo portata in aula universitaria. Ogni volta con la stessa convinzione: la fotografia non è un optional per il mondo dell’arte urbana, è uno strumento di sopravvivenza culturale. Ed ogni volta, in quel ragionamento, il nome che emergeva con più autorevolezza (almeno nel circuito milanese) era uno solo: Giovanni Gianfranco Candida, in arte WallsOfMilano.
Adesso quel lavoro diventa un libro e il 22 maggio 2026, dalle 19 al CSA Lambretta di Milano, “Milano Street Art”, edito da Tonocontinuo Edizioni, viene presentato per la prima volta (a seguire anche le date dei prossimi 12 giugno dalle 18.30 a Rob De Matt e 14 giungo dalle 17 alla Fabbrica del Vapore.
WallsOfMilano non è un fotografo che documenta la Street Art. È qualcosa di più preciso e più raro: è il fotografo amico e ufficioso di una scena, qualcuno che nel tempo ha guadagnato la fiducia degli artisti al punto da seguirli nei luoghi più nascosti e difficili da raggiungere (posti che, per altro, non compaiono su nessuna mappa turistica, muri trascurati e lontani da qualsiasi progetto istituzionale dove l’arte succede davvero, senza ritorno commerciale dovuto).
Con Gianfranco ho condiviso un progetto, Il Burrone e il Salto, il libro che nel 2021 (in pieno Covid) abbiamo scritto insieme per i suoi vent’anni da fotografo della scena milanese. In quell’occasione ho visto da vicino la quantità e la qualità di quello che ha accumulato in due decenni: un archivio unico — non nel senso retorico del termine, ma nel senso letterale: non esiste nient’altro di simile su Milano. Molte delle opere che ha fotografato non esistono più, alcune non erano mai state documentate nemmeno dagli artisti che le avevano realizzate. Senza quelle fotografie, sarebbero sparite senza lasciare traccia.
“Milano Street Art” è la cristallizzazione di tutto questo: un volume che raccoglie vent’anni di immagini di muri, opere e interventi in città (luoghi abbandonati, spazi marginali, aree dimenticate) con introduzione di Domenico Melillo (in arte Frode) e testi di Andrea Cegna e VolksWriterz.
Potrei dirvi che è un bel libro, ma ridurlo a questo sarebbe sbagliato. È un atto necessario: per la scena, che ha bisogno di sapere da dove viene, per le generazioni di artisti che verranno, che troveranno in queste pagine una genealogia visiva che altrimenti non avrebbero, per chi studia i fenomeni urbani e culturali e ha bisogno di fonti primarie, non di ricostruzioni. Per chiunque, insomma, abbia camminato per Milano guardando i muri con un minimo di attenzione e si sia posto delle domande.
La fotografia, in questo contesto, da arte applicata all’arte si trasforma in qualcosa di più grande: è storiografia, è il gesto con cui una cultura che per definizione sfugge all’archivio decide, o meglio accetta, di essere archiviata. E questo non è un gesto banale, per una scena che nasce dalla strada e dalla sua logica dell’istante. Noi questa convinzione la portiamo avanti da un po’ e siamo contenti di continuarla lì.

