21/07/2026
Ozmo entra nella collezione permanente del Museo civico Amedeo Lia di La Spezia
News | Clara Amodeo
Ozmo dà i numeri. E lo fa a La Spezia, dove il Museo Civico “Amedeo Lia” ha appena scritto una pagina che nessuno, fino a oggi, aveva scritto prima.
- 4, i dipinti inediti di Ozmo che entrano, per sempre, nella collezione permanente del museo.
- 1, la scultura — la primissima della carriera dell’artista — un marmo di Carrara che si è preso il diritto di stare tra i marmi antichi.
- 1, il primato: non solo perché mai prima d’ora un museo aveva acquisito un intero nucleo di opere di Ozmo, ma anche perché è la prima volta che il Lia espone un artista contemporaneo vivente.
- 30, gli anni del Museo Lia, che proprio per questo anniversario ha scelto di aprire le sue sale a un writer.
Certo, non si tratta di numeri con svariati zeri, ma si tratta pur sempre di dati che pesano come macigni dal momento che il Museo Civico “Amedeo Lia” non è un museo qualunque, e soprattutto non è un museo abituato a guardare al contemporaneo. Parliamo di una delle raccolte di arte antica più importanti d’Italia — Federico Zeri la considerava tra le più prestigiose d’Europa per la qualità dei suoi fondi oro — nata dalla donazione con cui, nel 1996, il collezionista Amedeo Lia consegnò alla città oltre mille opere che vanno dall’epoca classica al Settecento: Tiziano, Tintoretto, Sebastiano del Piombo, i Bellini, Bellotto, Canaletto. Un tempio della classicità, insomma, non certo il luogo dove ti aspetteresti di trovare un artista cresciuto nel fumetto underground toscano e nei muri delle città di mezzo mondo. E invece eccolo lì, Gionata Gesi, in arte Ozmo, dentro le sale che per trent’anni hanno ospitato solo maestri del passato e che da luglio ospitano anche lui, stabilmente.

La mostra “OZMO X LIA 30 – Dentro la collezione”
Tutto nasce dalla mostra “OZMO X LIA 30 – Dentro la collezione”, inaugurata il 2 luglio 2026 e visitabile fino al 3 dicembre 2026, curata da Andrea Marmori e Anna Costantini, con l’allestimento di Emanuele Martera. Il titolo gioca proprio sui numeri di cui sopra: quella “X” è il moltiplicatore che lega la collezione storica alla ricerca dell’artista, il “30” non è solo l’anniversario del museo, ma il tempo di una storia condivisa tra la città e il suo patrimonio.
Accanto alle quattro tele inedite, infatti, il percorso espositivo presenta altre 14 opere e installazioni provenienti dalla collezione personale dell’artista (dai Bronzi di Riace ai mascheroni grotteschi, dalle teste classiche “pixelate” alle riletture del Cinquecento) scelte una per una per dialogare con le sale che le ospitano. Chiude il percorso una parete narrativa che ripercorre in timeline la storia umana e artistica di OZMO: l’infanzia a Lari, la formazione all’Accademia di Belle Arti di Firenze, i primi interventi di arte pubblica tra Pisa, Firenze e Milano, fino ai grandi muri realizzati da New York a Shanghai, da Londra a Parigi.

Le quattro opere acquisite: il corpo a corpo con i maestri
Qui sta il cuore del progetto. Le quattro tele inedite di Ozmo nascono dal confronto diretto con i capolavori del Lia e sono destinate ad abitare stabilmente le stesse sale delle opere che le hanno generate.
Autoritratto, in dialogo con l’Autoritratto di Jacopo da Pontormo (c. 1520): una nuova opera che Ozmo costruisce attorno al tema dell’autorappresentazione, messa a confronto diretto con uno dei ritratti più enigmatici del Cinquecento fiorentino.
San Martino, generato dal confronto con San Martino dona il mantello al povero, attribuito al giovane Raffaello (1505-1510): Ozmo riprende la composizione originale sostituendo, nei dettagli, gli elementi di un’iconografia contemporanea, senza mai scadere nella semplice citazione.
Madonna del Soccorso, ispirata all’omonima tavola di Ansano di Michele Ciampanti: qui il gesto è tra i più diretti della mostra: attorno alla Vergine che leva il bastone contro il demonio, OZMO sostituisce le presenze del male con i loghi delle multinazionali che oggi governano il nostro immaginario — stessa iconografia, altro pantheon.
Testa di Apollo, ultima delle quattro, nasce dal confronto con una testa in marmo greco-romana della collezione, che OZMO traspone nella bidimensionalità della tela, portando nel linguaggio pittorico un oggetto nato per essere scultura.

E poi c’è lei: Pixelated Venus
Se le quattro tele segnano un primato per il museo, Pixelated Venus segna un primato per Ozmo stesso: è la sua prima scultura in assoluto. Una Venere in marmo di Carrara, realizzata appositamente per l’occasione, in cui il pixel, cifra visiva del presente digitale e ormai parte della poetica dell’artista, si innesta nel linguaggio della statuaria classica. È esposta tra i marmi antichi del museo, dove il confronto tra la superficie “corrotta” dal pixel e la purezza della scultura classica diventa immediato, quasi fisico.