13/05/2026

Mrfijodor e la fenomenologia del volto deietico: note esegetiche attorno a “Facce di Merda”

V’è, nell’odierno panorama delle arti visive di matrice urbana, una tendenza assai deprecabile alla prolissità ermeneutica: quella per cui il critico si trova compulsivamente obbligato a imbastire architetture testuali di inaudita complessità lessicale attorno ad opere la cui pregnanza comunicativa risiederebbe, a ben vedere, nell’immediata fruibilità percettiva dell’immagine stessa. È precisamente in questo contesto di galoppante logomachia che si inscrive l’operazione culturale di Mrfijodor (pseudonimo di Fijodor Benzo, figura cardinale dell’illustrazione urbana italiana attiva sin dalla metà degli anni Novanta) il quale ha inaugurato presso lo Spazio 21 di Genova la sua più recente esposizione monografica.

Il titolo dell’esposizione (e qui la sottoscritta si vede costretto a indugiare con una certa titubanza filologica, poiché la denominazione prescelta dall’artista costituisce, nella sua lapidaria brutezza scatologica, un oggetto di studio degno delle più raffinate epistemologie) è, come i lettori più avveduti avranno già intuito, “Facce di Merda”.

Pronunciato ad alta voce in un vernissage milanese, tale titolo avrebbe con ogni probabilità provocato un discreto moto di fremito tra i presenti, seguito da un silenzio imbarazzato e poi da una ridda di commenti sottovoce sulla “provocazione” e sul “gesto situazionista”. A Genova, città di marinai, poeti e persone che alle cose chiamano col loro nome, ha invece suscitato il riso schietto e liberatorio che si addice a chi non ha ancora dimenticato come si fa.

Una mostra che, come recita il testo curatoriale, redatto con una solerzia parodica che lascia trasparire una conoscenza intima e sofferta del genere, ci informa con dovizia di perifrasi che le opere si pongono “appena oltre il culmine di un attualizzato limite ipotizzabile all’apice della pittura monumentale”. Il che, tradotto in italiano corrente, significa che i quadri sono belli e che stanno bene appesi al muro. Una cosa che non sfigurerebbe neppure in un salotto svedese, come specifica il testo, forse anticipando i desiderata di un certo segmento IKEA-compatibile del collezionismo contemporaneo. L’artista stesso ha dichiarato con disarmante franchezza che si tratta di una mostra “che sta bene con tutto: capi, colleghi, ex fidanzati, politici. Soprattutto politici”. Una universalità di appeal che i filosofi presocratici mediorientali evocati nel testo curatoriale avrebbero sicuramente apprezzato, qualora avessero avuto un ufficio open space in cui appendere qualcosa tra una riunione e l’altra.

Diciamocelo: in un’epoca storica in cui il sistema dell’arte (contemporanea, ma anche urbana) nazionale tende con frequenza imbarazzante a trasformare due schizzi di vernice in manifesto generazionale, questa mostra è quanto di cui più abbiamo bisogno. Una massiccia dose di umorismo dissacrante (non condivido i video tragicomici delle serate di apertura della mostra, né tanto meno dell’inaugurazione, ma dovrei) che solo il nostro Fijodor e solo a Genova poteva mettere su, godendosi anche qualche vendita ben assestata (alla faccia – di merda – di chi potrebbe pensare che un’operazione del genere sia solo molto naïf). Purtroppo, però, la mostra chiude a breve (il 16 maggio, per la precisione): se siete a Genova, andate a vederla. Se non ci siete, rammaricatevene adoperando il lessico roboante che preferite: avete visto sopra come si fa. In fondo, come recita il titolo di questa esposizione con una franchezza che nessuna architettura testuale potrebbe mai eguagliare, a volte le cose sono esattamente quello che sono. E per una volta, che liberazione.