26/10/2026
“L’orizzonte è una trincea”: parlare di rivoluzione con Dario Pruonto
Default | Clara Amodeo
Tutto è cominciato a Torino, dove le occupazioni sono partite il 5 ottobre, prima che nelle altre città, e i video delle scuole hanno girato in tutta Italia. Nella giornata del 16 ottobre, il No Meloni Day, migliaia di studenti hanno protestato in diverse città contro le politiche del governo sull’istruzione. A Torino la giornata si è chiusa con sassi e torce lanciati contro le forze dell’ordine, che hanno risposto con la violenza. Violenza, quella delle forze dell’ordine, che ha raggiunto livelli inaccettabili il giorno dopo, durante le manifestazioni contro il carovita a Torino, Bologna ma soprattutto Milano.
Nello stesso momento, al Sud, si fermavano i tir. Con il gasolio vicino ai 2,30 Euro al litro sono arrivati blocchi stradali e scaffali vuoti nei supermercati di Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Calabria. A Taranto gli operai dell’ex Ilva hanno passato le notti sulle statali alle porte della città, scaldandosi con fuochi improvvisati. Aspettano una Cassazione che si è riservata di decidere sullo stop dell’area a caldo. Il 27 ottobre gli autotrasportatori tornano a incontrare Salvini, e il 30 c’è lo sciopero generale dei sindacati di base.
Studenti e camionisti, operai e agricoltori. Sono piazze che non si somigliano, con ragioni diverse e a volte opposte. Eppure perfino Mario Draghi, in un’intervista a Bloomberg, ha provato a dare loro un nome comune: “blocco delle aspettative”. Detto più semplicemente: il futuro ha smesso di sembrare una promessa.
È la sensazione che attraversa L’orizzonte è una trincea. Appunti per un contemporaneo senso delle cose, il libro di Dario Pruonto uscito a settembre per Edizioni Prufrock, prima che tutto questo cominciasse. Prima di andare avanti devo dire una cosa: Dario è un mio grande amico. Con lui ho condiviso (e tuttora lo faccio) idee, sentimenti, progetti e lavori, e soprattutto anni di discussioni su che cosa voglia dire fare il nostro mestiere in questa società e in questo mondo. Non posso leggere il suo libro da fuori, e non ci provo. Proprio per questo so che non è un instant book sull’autunno caldo. Raccoglie domande che ci facciamo da anni e che adesso sono scese in strada.

Il punto di partenza del libro è, infatti, L’Alicorno di Andrea Bacci, un trattato del 1573 che cercava di dimostrare scientificamente l’esistenza dell’unicorno. Dario lo occupa, come gli studenti occupano le scuole. Ne abita le pagine con versi, fotografie e interventi grafici, e cerca la sua creatura introvabile, la rivoluzione, tra cortei, periferie, amori e cene tra amici. Senza indulgenza, nemmeno verso chi scrive e chi legge:
Non è un libro che dà risposte né che annuncia rivoluzioni. Si rifiuta di smettere di cercarle. Così gli ho chiesto da dove venga questa ricerca, e che cosa vede quando guarda le piazze di queste settimane.
Come diavolo ti è venuto in mente di scavare nella storia della letteratura (che poi, è letteratura?) italiana e recuperare un testo del XVI secolo sul tema dell’unicorno? E cosa lega quel testo di 500 anni fa ai giorni nostri?
La folle idea di un libro dentro il libro è di Luca, l’editore, con il quale fin da subito ci siamo profondamente domandati come ibridare la poesia su carta stampata con il processo, l’estetica e la poetica che abitualmente uso nello spazio pubblico. La risposta che ci siamo dati è che un muro non è mai neutro, è insieme di relazioni, contraddizioni, possibilità, desideri e soprattutto narrazioni. Quando si interviene nello spazio pubblico inevitabilmente lo si sovrascrive sempre. Da cui l’idea di sovrascrivere, tradurre, pasticciare un libro già esistente.
Il titolo prescelto è poi tutta una storia che merita una piccola contestualizzazione (ma comunque sempre con lo zampino di Luca, che è a tutti gli effetti uno dei più illustri studiosi dell’unicorno in Italia). L’Alicorno (Discorso dell’eccellente medico , et filosofo M. Andrea Bacci, nel quale si tratta della Natura dell’Alicorno, e delle sue virtù eccellentissime) è un libro di [fanta]zoologia del 1573 in cui l’autore, attraverso una ricerca “scientifica” e metodica, prova a determinare l’esistenza o meno di quello che noi chiamiamo oggi unicorno. Il libro nella sua assurdità è profondamente stratificato, perché Bacci nel tentativo di spiegare le evidenze scientifiche che testimonierebbero l’esistenza di qualcosa che nessuno ha mai visto, inavvertitamente è costretto a parlare di tutto quello che esiste davvero. Bacci parla e cita delle caratteristiche di cavalli, rinoceronti, elefanti, narvali, medicina cinese, magia, stregoneria e terre esotiche attingendo da tutta la letteratura del suo tempo piccoli indizi e prove per avallare la sua tesi, senza però mai venire realmente a capo della questione. Racconta qualcosa di intangibile parlando di tutto quello che esiste.
Allo stesso modo, in L’orizzonte è una trincea, ho provato a raccontare una realtà complessa, impalpabile e spesso sfuggente partendo da tutto quello che è ordinario, lento e comune. Un’indagine che si sofferma nei piccoli frangenti di vita quotidiana alla ricerca di quella componente arcana (il corno) che rende magica una realtà. Un libro che si addentra tra i linguaggi del quotidiano e il mutismo selettivo del futuro, in immagini dei (e dai) margini e nelle contrapposizioni delle relazioni, attraversando sottoculture e movimenti di lotta, la stupidità del mondo, i sentimenti ambigui e la nostalgia per un avvenire incerto.
Un ricerca che inevitabilmente parla di tutto quello che quel unicorno non è. A volte viceversa.

Nel tuo libro parli non solo di lotte ma, allargando lo spettro, anche di una realtà complessa, impalpabile e spesso sfuggente. Da cosa nasce questa urgenza di uno sguardo più grande e lento della nostra realtà?
Credo che questa urgenza nasca prima di tutto da una mia sensazione di smarrimento. Viviamo immersi in una quantità di informazioni, immagini e narrazioni che si sovrappongono e si sostituiscono a una velocità impressionante. Tutto sembra richiedere una reazione immediata, mentre pochissime cose sembrano concederci la possibilità di essere attraversate. E credo che questa accelerazione produca un paradosso: abbiamo accesso a una quantità enorme di realtà, ma sempre meno strumenti e tempo per abitare la complessità.
L’orizzonte è una trincea nasce anche da questa contraddizione. L’unicorno che attraversa il libro è una figura impossibile, un oggetto di ricerca che continua a sfuggire proprio mentre proviamo a definirlo. Mi interessava questa tensione tra ciò che sappiamo, ciò che crediamo di sapere e ciò che non riusciamo nemmeno più a immaginare.
Ho voluto provare a raccontare le piazze non soltanto attraverso la loro dimensione più evidente, quella dello scontro, della resistenza o della rivendicazione, ma anche attraverso ciò che le precede e attraversa: la paura, il desiderio, la stanchezza, la possibilità di immaginare qualcosa che ancora non esiste, la disperazione. Fare poesia serve a rendere la realtà più comprensibile a me stesso, e allo stesso tempo a impedire che quelle contraddizioni siano semplificate. A lasciare aperte delle domande, a riconoscere le contraddizioni senza doverle necessariamente risolvere.
Cercare un unicorno significa anche continuare a cercare qualcosa che non abbiamo ancora gli strumenti per riconoscere. E forse oggi abbiamo bisogno proprio di questo: non tanto di uno sguardo capace di vedere tutto, ma di uno sguardo disposto ad ammettere che qualcosa, inevitabilmente, ci sfugge.

Come si lega tutto ciò con la repentinità e anche la violenza degli ultimi fatti di cronaca? E come ti poni verso di essi?
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva normalizzazione della violenza, non necessariamente perché siamo diventati indifferenti, ma perché siamo continuamente esposti a eventi che superano la nostra capacità di elaborarli. Guerre, genocidi, crisi umanitarie, repressioni e violazioni dei diritti entrano nella nostra quotidianità attraverso gli stessi dispositivi con cui guardiamo una pubblicità o le fotografie delle vacanze di qualcuno. Tutto convive nello stesso spazio, tutto sembra avere la stessa durata, e ogni tragedia rischia di essere sostituita da quella successiva prima ancora che siamo riusciti a comprenderne le conseguenze.
Il problema non è la violenza a cui assistiamo, ma la progressiva incapacità di riconoscerla come qualcosa che ci riguarda anche quando accade lontano da noi.
Cosa può scoprire (o riscoprire) chi leggerà il tuo libro?
Mi piacerebbe che chi legge questo libro riscoprisse prima di tutto la possibilità di non trovare quello che sta cercando. Che può sembrare una risposta paracula, ma credo sia una delle cose più interessanti della poesia (e dell’arte in generale). La capacità di portarci altrove senza necessariamente indicarci una destinazione.
Ci stiamo abituando a una creatività consolatoria, che dà risposte, messaggi facili, chiari e innocui. In alcuni casi, arte che assomiglia più a un tentativo di posizionamento aziendale che ad altro. Ecco in questo libro cerco in tutti i modi possibili di non dare/darmi risposte, né tantomeno creare un manifesto che chiede di essere condiviso. Mi piacerebbe piuttosto che diventasse uno spazio di dubbio, in cui le parole non servano a confermare ciò che già sappiamo, ma a incrinare, anche solo leggermente, alcune delle nostre certezze.
L’unicorno non è ciò che dobbiamo trovare, ma ciò che ci permette di continuare a cercare.
Quanto ha influito il tuo percorso di poeta di strada nella produzione di questo volume e, al contrario, quanto questo volume influirà sulla tua produzione in strada?
Mi conosci da abbastanza tempo per sapere che non ne ho la più pallida idea. Ma forse è proprio questo il punto. Forse continuo a fare quello che faccio semplicemente per capire come poter appartenere a uno spazio espressivo senza necessariamente essere suo per sempre.