09/06/2026
L’appello per salvaguardare i murales dell’ex caserma Mameli di viale Suzzani a Milano
in evidenza, News | Clara Amodeo
Era il 2015. Il blog di Another Scratch In The Wall esisteva da appena un anno e questa notizia irrompeva non solo sulle pagine del sito (andando ahimè persa nel tempo tra i vari passaggi di CMS) ma anche, e soprattutto, nella mia vita, passata, nei 26 anni precedenti, prima con la compagnia della fanfara del Terzo Reggimento Bersaglieri e poi con l’abbandono e l’incuria che il Ministero della Difesa assieme a Cassa Depositi e Prestiti hanno regalato a tutto il quartiere per oltre 20 anni.
La notizia era tanto semplice quanto dirompente: l’ex caserma dei bersaglieri “Mameli” di viale Suzzani 125 a Milano era stata occupata. Responsabile di qualcosa che, fino a quel momento, né il privato né tanto meno il pubblico erano riusciti a fare era stata la OX Crew, che trasformò quegli spazi abbandonati dall’Esercito in un progetto di riappropriazione collettiva e di rigenerazione dal basso che iniziò con una jam artistica di quelle che si raccontano per anni. Per poco meno di una settimana, artisti da tutta la città (e non solo) lasciarono i loro grafemi e la loro firma su muri che non vedevano mani umane da tempo immemore.
Chi era lì e ha potuto documentare lo sa. Fotografi come l’amica Roberta Respinti o WallsOfMilano (con cui strinsi un rapporto di amicizia proprio in quell’occasione) e in generale tutto il quartiere, invitato dalla OX Crew a vedere la caserma liberata, furono tra i tanti testimoni visivi di quella esperienza brevissima ma carica di buoni propositi: i loro archivi fotografici sono oggi la memoria più completa di ciò che venne realizzato in quei giorni.

Dieci anni di abbandono. Poi un abbattimento.
Purtroppo, però, la permanenza della OX Crew durò poco: nel giro di meno di una settimana avvenne lo sgombero dell’area (c’è da riconoscere in questo gesto tutta la solerzia che nessuno ci aveva mai messo per restituire l’area alla città). E così, dopo il 2015, la caserma è rimasta abbandonata per altri dieci anni. I murales interni ed esterni, senza protezione né manutenzione, hanno subito il degrado naturale del tempo e dell’incuria e oggi che la ditta che ha vinto l’appalto per la costruzione del nuovo progetto ha iniziato i lavori di demolizione degli edifici preesistenti, gran parte di quelle opere è andata perduta definitivamente, sepolta sotto le macerie.
Eppure, da quello che riesce a vedere chi passa dall’esterno, qualche murale sopravvive. Tra loro, subito all’ingresso, anche il murale di Lia: parliamo del volto di Gina Galeotti Bianchi, nome di battaglia Lia, dipinto da Ratzo del collettivo VolksWriterz sulla facciata esterna dell’ex caserma dei Bersaglieri. Accanto a quel ritratto, una calligrafia di Piger porta una frase tratta dagli scritti giovanili di Antonio Gramsci. Lia è la partigiana di zona, alla cui morte dobbiamo una festa di quartiere, seppure collettiva, di Liberazione dal nazifascismo con un giorno di anticipo sul resto di Milano, oltre che d’Italia. Questo murale è, come tutti, un atto di memoria collettiva che qualcuno, nel 2015, ha avuto il coraggio e la lucidità di realizzare in un contesto straordinario, caotico, irripetibile. È anche uno dei pochi murales esterni e visibili della caserma di viale Suzzani, quello che abbiamo inserito nella nostra mappatura del quartiere nel 2025, e che oggi verte in uno stato di degrado che non lascia molto tempo.

Il vincolo c’è. La volontà anche?
L’area non è priva di tutele. Il Comune di Milano, sulla scheda pubblica dell’intervento, cita esplicitamente la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Milano: “L’area denominata ‘Piazza d’armi’ ed i n.6 immobili di forma a ‘C’ sono stati dichiarati dalla Soprintendenza di interesse storico-artistico, ai sensi dell’art. 10 del D.Lgs. 42/2004 e s.m.i. e rappresentano una presenza urbana significativa del sistema urbano.”
Esiste una cornice normativa. C’è chi ha riconosciuto il valore di questi luoghi. E allora la domanda è legittima: perché i murales che ancora resistono (il murale di Lia come tutti gli altri) non sono inclusi in alcun tipo di processo di tutela, formale o informale? Perché nessuno ha ancora formalizzato un intervento di conservazione?
Lo scorso maggio l’area è stata riaperta al pubblico con eventi culturali, mercatini, momenti di aggregazione come Piano City: tutto benvenuto, tutto utile. Ma non si può aprire un luogo alla cultura ignorando la cultura che quel luogo già porta con sé. Non si può fare il mercatino dell’usato a cinquanta metri da un ritratto partigiano che si sfalda senza che nessuno lo menzioni, senza che nessuno si premuri di tutelare.
Badate: quando parliamo di tutela, intendiamo tutela vera. Non un pannello di plexiglass sopra i murales (come è stato fatto con certi Banksy, condannando l’opera a morire soffocata sotto una teca). E tantomeno l’asportazione delle opere per metterle in un museo, come spesso accade con Blu, Banksy, Ericailcane e molti altri: sarebbe un illecito morale, qualcosa di profondamente contrario a ogni senso dell’arte negli spazi pubblici che, come tale, deve essere pubblicamente fruita e fruibile. Si tratta di conservare in loco, con competenza e rispetto, ciò che appartiene alla strada e al quartiere.

L’ombra dell’oblio deliberato
Siamo onesti: una parte di noi si chiede se ci sia, dietro questo silenzio, una scelta. Quei murales sono nati da un’occupazione, un atto generativo e culturalmente ricco, ma pur sempre illegale. È possibile che qualcuno, tra i soggetti coinvolti nella riqualificazione, preferisca non riconoscere ufficialmente opere nate in quel contesto? Che l’illecito originario diventi pretesto per l’oblio?
Se così fosse, sarebbe un peccato, oltre che un’occasione sprecata. Davvero ancora nel 2026 crediamo che il valore di un’opera d’arte si misuri dalla liceità del contesto in cui è stata realizzata? La storia dell’Arte Urbana (e non solo) è piena di interventi nati fuori dalle regole che sono diventati patrimonio. Negare il valore artistico e storico di ciò che ne è scaturito sarebbe disonestà intellettuale, oltre che un danno per il quartiere.

A chi spetta agire
Questa non è una lettera romantica alla memoria: è un appello diretto a chi ha gli strumenti per intervenire.
Ai progettisti e alle figure tecniche coinvolte nell’aggiudicazione e nella gestione dei lavori (alcuni dei quali erano già al corrente di questa urgenza, e con i quali il dialogo è aperto da tempo) chiediamo di portare questa istanza ai tavoli giusti.
Alla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Milano chiediamo di valutare l’estensione della tutela alle opere d’arte murale sopravvissute, documentando ciò che è ancora visibile prima che sia troppo tardi. Non è una richiesta campata in aria: è la stessa Soprintendenza che ha già sottoposto a vincolo di legge i murales del Dauntaun del Leoncavallo, riconoscendo l’Arte Urbana come patrimonio degno di protezione. E insomma, il precedente esiste.
Al Comune di Milano e ai soggetti attuatori del piano di riqualificazione chiediamo trasparenza: se esiste un piano per la conservazione del patrimonio artistico esistente, rendetelo pubblico. Se non esiste, è urgente costruirne uno.
A chi gestisce gli eventi culturali nell’area chiediamo coerenza: non si può parlare di cultura in un luogo ignorando la cultura del luogo.

A voi, quartiere
E poi ci siete voi. Noi, perché chi scrive abita qui, cammina su questi marciapiedi, ha a cuore questo posto non solo come appassionata di Arte Urbana ma come persona di quartiere. Questi murales sono nostri. Lia è nostra. Quella frase di Gramsci è nostra.
Alzate gli occhi quando passate davanti alla caserma. Raccontate a chi non lo sa cosa c’era lì dentro nel 2015. E se avete foto (qualunque foto, anche sfocata, anche scattata di corsa con il telefono di dieci anni fa) condividetele con noi: ogni immagine è un tassello di memoria che non deve andare perduto. Scriveteci, mandate quello che avete, aiutateci a costruire un archivio collettivo che possa diventare strumento di rivendicazione e di conservazione.