29/06/2026
Dopo la mostra nasce il volume “Sesto Stylewriting (1993-2025)”
in evidenza, News | Clara Amodeo
L’anno scorso ci aveva stupiti srotolando (letteralmente) un archivio fotografico ricchissimo alla mostra “Sesto Style Writing 1993-2025”, il 10 e l’11 maggio 2025 all’Accademia Il Camaleonte (chi c’era, sa). Oggi Imen, scuola sestese dell’Hip Hop nostrano, parte da quella mostra e la amplia stampando nero (o colori!) su bianco un libro/fanzine in limited edition tirato a 100 esemplari (mio il 23esimo!) che reca l’omonimo titolo. Tra le sue pagine, quell’immenso patrimonio di Style Writing che è frutto della somma degli archivi di molti e che, in oltre trent’anni, non ha solo dipinto i muri delle vecchie fabbriche della città medaglia d’oro alla Resistenza, ma ha anche contribuito a costruire uno stile che va ben oltre le grandi metropoli italiane. Dimostrando che esiste, eccome se esiste, una via “di provincia” all’Hip Hop, fatta di compostezza, dialogo, confronto, a tratti anche battle e scontro, ma sempre sotto tonnellate di grande rispetto, e che, per questo, è stata precorritrice dei tempi.
Come lo stesso autore ammette nell’introduzione del volume, Sesto San Giovanni è nota alla memoria dei più per la sua storia resistente durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale: una storia fatta di fabbriche, operai, scioperi, serrate. E quindi di edifici industriali, muri di cinta, vergati nel tempo da scritte politiche, sociali e di rivendicazione sindacale. Solo con l’avvicinarsi della fine della Prima Repubblica tutto questo patrimonio si sfalda, e di tutti quei contenuti combattuti nel corso di oltre cinquant’anni rimangono solo gli involucri: carcasse industriali sempre più arrugginite e fatiscenti, muri che si sbriciolano sotto il peso degli agenti atmosferici (e, mi viene da pensare, anche di un pizzico di amianto).

Ed è proprio lì che si compie la rivoluzione. Dagli inizi degli anni Novanta, dopo che la cultura Hip Hop era atterrata nelle grandi città italiane, anche Sesto San Giovanni vede apparire i suoi primi segni grafici vergati da una bomboletta spray. A cambiare non è solo il mezzo (rispetto alla più tradizionale idropittura tirata a pennello) ma è anche, e soprattutto, il contenuto: nascono le tag, i pezzi, e poi lo Style Writing, la rivendicazione personale (e forse anche un po’ egoica) di sé, della propria identità, del proprio io. Unica istanza di classe? La crew. Fuori dalle fabbriche sestesi, e poi anche nei parchetti, fino alle vie e alle piazze, Sesto San Giovanni diventa il playground di chi, come Imen, vuole lasciare il proprio segno sul territorio, in un clima non facile e senza gli “aiuti” (negozi di streetwear, centri di aggregazione giovanile, muretti e in generale il cosmopolitismo) di Milano. Il vantaggio? Un clima molto più collaborativo rispetto alla faciloneria attaccabrighe del capoluogo, che porta con sé ordine e, soprattutto, rispetto reciproco.
Sarà per questo che nel 2004, prima ancora che in tantissime altre città (a Milano ci si arriverà con fatica solo nel 2015, non senza lo zampino di Expo e con moltissime storture che si stanno sistemando solo in tempi più recenti), a Sesto San Giovanni Imen tutta la comunità di writer locali si trovano in prima linea a dialogare con un’amministrazione di sinistra curiosa e attenta, impegnata nello sviluppo del fenomeno con apprezzamenti da parte dei cittadini.

Io sono arrivata a Sesto proprio in quel periodo. Grazie alle politiche distensive e al grande lavoro civile di gente come Imen sono stata naturalmente e professionalmente accolta in una comunità che mi sembrava troppo bella per non essere esplorata e capita, e che per prima mi forniva le chiavi d’accesso a un mondo che a Milano era invece molto più elitario e guerrafondaio. È grazie a (o per colpa di) Imen che ho visto i primi writer all’opera in contesti non illegali (la prima volta in un oratorio!), che ho effettuato le mie prime interviste (in occasione di Ouf a Nanterre), che ho partecipato ai miei primi eventi live (la breakdance all’Accademia Il Camaleonte, la musica a Spazio A) e che ho iniziato ad amare questa cultura. Nel frattempo, vedevo i pezzi, le Hall of Fame, i sottopassi, e iniziavo a riconoscere lo stile di Imen, della PS Crew; mi facevo l’occhio e cercavo disperatamente di copiare, con risultati scarsissimi.
Ecco perché sfogliare “Sesto Style Writing 1993-2025” è come fare un tuffo nel mio e nostro passato. Il volume è suddiviso non in senso cronologico (grazie Imen, grazie) ma per spazi (via Padovani, via Pisa, via Fratelli Bandiera, ecc), con solo all’interno un’indicazione di tempo. Nello sfoglio si sussegue un corpus di opere gigante: dalle tag ai pezzi, dagli sketch ai puppet, il tutto vergato da artisti sestesi, milanesi, italiani e internazionali. Impossibile pensare a una pubblicazione del genere senza il supporto vitale degli archivi di gente matta, come Imen, che, nel corso di trent’anni, ha dipinto, fotografato e archiviato (solo i veri pro seguono l’intero iter!). Guardando le immagini si alternano foto sgranate di opere ancora acerbe e immagini nitide con colori vividi, spruzzate solo pochi anni fa con uno stile e un flow maturi, tracciati da persone esperte, capaci di scrivere il proprio nome anche a occhi chiusi.
“Sesto Style Writing 1993-2025” non è solo un libro: è una memoria collettiva tenuta in piedi da chi ha scelto di non lasciare che trent’anni di cultura svanissero insieme all’intonaco dei capannoni. È la prova che anche fuori dalle capitali si costruisce storia e che quella storia merita di essere stampata, rilegata e tenuta in mano.
Clara Cooper