21/07/2026
“Antropìa” di Ale Senso è un murale di 630 mQ tra i capannoni logistici di Roma
News | Clara Amodeo
C’è un serbatoio antincendio alto dieci metri, in mezzo a un polo logistico alle porte di Roma, che oggi racconta la storia dell’umanità intera, dalle leggende delle Isole della Società fino a Trilussa. È Antropìa, la nuova opera monumentale di Ale Senso, realizzata al Prologis Park di Castelnuovo di Porto, nella città metropolitana della Capitale.
L’opera di 630 mq
Antropìa è più che un murale: è un’installazione site-specific che occupa 630 metri quadrati di infrastruttura industriale, sviluppandosi dalla pavimentazione fino alla sommità degli edifici. Il titolo è un neologismo coniato dall’artista stessa, che fonde l’umano con un’idea di ambivalenza: la capacità della nostra specie di generare, nello stesso gesto, bellezza immensa e distruzione. Per questo, l’opera si articola in tre elementi distinti, costruiti sulle architetture esistenti del sito.

Il serbatoio, un cilindro d’acciaio di dieci metri, è il corpo principale: un’antologia visiva che mette in fila dieci storie della tradizione orale, una per continente: l’universo-conchiglia delle Isole della Società, l’Ombù argentino, la creazione dei deserti, i due lupi Cherokee, il signore che amava i dragoni, Şahmeran, l’asino di Esopo, il vaso rotto, Mukuku, la danza del canguro. Racconti lontanissimi tra loro nella forma, ma accomunati dalle stesse domande di fondo. A chiudere il cerchio, un’undicesima voce, l’unica moderna, è La Statistica di Trilussa, recitata in romanesco: un modo per ricordare che la saggezza popolare non è un reperto da museo, ma un processo che continua a prodursi.
A tenere insieme le undici narrazioni è un fregio geometrico che corre lungo tutta la circonferenza del serbatoio. Ed è proprio lì che si trova il fulcro critico dell’opera: una crepa dipinta, che attraversa verticalmente l’intera altezza del cilindro e spezza il fregio. È la traduzione visiva del concetto di “antropìa”: se il fregio racconta ciò che l’umanità sa costruire (legami, strutture, unione) la crepa racconta ciò che, allo stesso tempo, l’umanità sa distruggere.

Il terzo movimento dell’opera è il prefabbricato tecnico adiacente al serbatoio, trasformato da Ale Senso nell’Ara degli antenati: una danza di gruppo che avvolge tutte e quattro le facciate dell’edificio, popolata da figure che riprendono reperti reali, come i graffiti rupestri della Valcamonica, il babbuino egizio legato al dio Thot, i Tiki delle Isole Marchesi in Polinesia. Il tema è il legame originario tra uomo e natura, portato fino al punto in cui la distinzione tra i due si dissolve. Sulla facciata rivolta verso il serbatoio, la danza si chiude in un oculo da cui si intravvede un universo: è da lì che, nella narrazione dell’opera, tutto ha origine. Da quel cerchio nascono le piante dipinte intorno all’edificio, che seguono poi il tracciato delle tubazioni reali dell’impianto fino a raggiungere il serbatoio, una doppia metafora che sovrappone le migrazioni umane dall’Africa alle infrastrutture di trasporto che oggi collegano il pianeta.

PARKlife™: arte urbana nella logistica
Antropìa nasce all’interno di PARKlife™, il programma con cui Prologis (che ha promosso e finanziato il progetto) porta interventi di Urban Art monumentale nei propri spazi logistici in Italia. L’obiettivo dichiarato è duplice: valorizzare aree quotidianamente attraversate da chi ci lavora e, insieme, inserire la logistica italiana in un dialogo più ampio con l’arte urbana contemporanea.