L’occasione era davvero imperdibile per non organizzare una trasferta a Londra.
La mostra “Triple Trouble” alla Newport Street Gallery unisce tre pesi massimi: Shepard Fairey (Obey), Damien Hirst e Invader. Fino al 29 marzo 2026, è una vera e propria esplosione di opere individuali e collaborazioni inedite.
Attraverso i suoi 6 padiglioni enormi e di un bianco asettico, la location offre un contesto perfetto per far risaltare la potenza emanata dalle oltre 140 opere presenti, le quali meritano (anzi, esigono) di essere osservate da molteplici distanze e angolazioni, per percepire l’intensità cromatica e la profondità di ricerca degli autori.
Ogni stanza rivela qualcosa di diverso, talvolta rumoroso, altre quasi silenzioso.
“Triple Trouble” non è una semplice esposizione: è disturbo ma anche istigazione.
E’ un tentativo di risvegliare le coscienze, senza arrogarsi il diritto di dare spiegazioni ma volendo essere uno stimolo al pensiero laterale e all’approfondimento.

Obey: Il Gigante della ribellione
Shepard Fairey è il capostipite della grafica di contestazione. Nato dagli sticker “Andre the Giant has a posse” negli anni ’80, ha invaso il mondo con il logo di OBEY attraverso i suoi stencil, serigrafie ma anche intere pareti di palazzi nel mondo, opponendosi al sistema e al conformismo.
In questa mostra, le sue opere sfidano l’osservatore con colori spesso più saturi del consueto e messaggi che, come sempre, ti colpiscono duro allo stomaco (ma anche al cuore).
Fermarsi a osservarne i dettagli è d’obbligo per indagare e comprenderne il sottotesto.
Hirst: Ossessione e provocazione
Damien Hirst porta il suo armamentario iconico: dipinti caleidoscopici, vasche con animali (e “alieni”) in formaldeide, armadi di pillole, lamette e strumenti chirurgici.
È l’arte ossessionata da vita, morte e consumismo.
Hirst come sempre punta a sconvolgere e qui le sue creazioni dialogano con la street culture, amplificando il disagio contemporaneo e facendoti sentire parte, per qualche momento, di un inquietante caos ordinato.
Invader: Pixel che invadono il mondo

Un tizio che nessuno sa chi sia, ecco chi impreziosisce muri in tutto il mondo con mattoncini colorati, riproponendo alieni pixelati o personaggi 8-bit.
In questa esposizione le sue tessere prendono il sopravvento, assumendo dimensioni importanti (spesso sono vere e proprie piastrelle), e vengono utilizzate per spaziare dai mosaici tradizionali fino ai tanto amati “alieni”. Ci sono poi opere in 3D create attraverso l’utilizzo di cubi di Rubik fino ad arrivare a icone anni ’80/90 di dimensioni museali.
Triple Trouble: uno scontro creativo
Il cuore dell’esposizione però batte nelle alleanze inaspettate: la follia di Hirst che diventa dolcezza e incanto quando si fonde con Obey, che a sua volta imprime il proprio marchio sulle piastrelle di Invader e poi ancora…opere di Hirst hackerate da grafiche stratificate e pixel dei suoi due compagni, pannelli con cubi di Rubik giganti che ripropongono icone rock, lightbox ibridi e mastodontici, pillole per l’oblio logate dai tre artisti in un caleidoscopio che vorresti non terminasse mai.
Nell’esposizione curata da Connor Hirst con HENI, Obey – Hirst – Invader mescolano linguaggi diversi creando una sinergia caotica, dove stili opposti si amplificano celebrando sì l’individualità, ma soprattutto esaltando il dialogo.

